A Mosca, a Mosca!

Non si chiamavano più, o non ancora, Colline dei passeri quelle su cui una studentessa della Sapienza è precipitata – con atterraggio lieve, ma senza eccessi – nell’autunno del 1967 assieme a tre compagne di studi. Allora quelle colline portavano il nome di Lenin, unica onomastica sovietica al di sopra di ogni sospetto anche nella Russia disgelata di Krusciov e in quella a sovranità limitata di Breˇznev; quando portavano il loro nome ancestrale, lo stesso che portano oggi, il “folle in Cristo” Vasilij suggerì profeticamente a Ivan IV di riparare dall’incendio di Mosca su quelle colline, salvandogli la vita e permettendo che diventasse il Terribile.
16 AGO 20
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“Dalle Colline Lenin si vede tutta la nostra amata città, l’ardore e la gioia dei nostri giorni quotidiani. E sembra che Lenin ti stia accanto, guardando Mosca con un sorriso…” recita la cantata in esergo al libro di Serena Vitale “A Mosca, a Mosca!” (Mondadori), titolo cechoviano per un genere letterario indeterminato: memorie? Autobiografia? Diario di viaggio? Brogliaccio? Raccolta di racconti? Centone accademico? Romanzo, soprattutto, per via di quella circolarità slava che si intuisce sotto la giustapposizione degli episodi. “A Mosca, a Mosca!” è il racconto degli interstizi più che delle pietre; non c’è l’epica letteraria di Puˇskin, non ci sono le follie degli zar – così simili agli opulenti capricci degli oligarchi – il confino di Mandel’stam a Voronez, non c’è il primo piano che Vitale ha messo su carta in decenni di carriera letteraria e accademica. E’ un racconto di prima mano delle retrovie, degli incontri segreti, del sopruso quotidiano del regime, del drammatico buonumore dei dissenzienti e dei lampi silenziosi di bontà degli uomini d’apparato. Il racconto – anzi, i racconti che compongono il racconto – procede con il piglio della scienza storica: ci si muove in un tempo scandito da date precise e in uno spazio dove ogni luogo porta un nome e ha storie da raccontare. Non si cede mai alla tentazione dell’almanacco sovietico, dello sguardo distaccato, della “view from nowhere”: tutto è mostrato in prima persona, attraverso le lenti dell’autore, i personalissimi incontri, la catena delle casualità, i miti sfatati. E come per dare lo schiaffo più doloroso alla mestizia insensata del regime, Serena Vitale vede la Russia lacerata attraverso le lenti rosa di chi ama. Ne esce un inno alla vita ordinaria della Russia sovietica dove fra scarafaggi e cimici sono sparsi cautamente indizi di quella che il poeta dissidente Jurij Galanskov nel suo manifesto chiama la “bellezza umana”: “Ci siamo abituati a vedere, passeggiando lungo le vie, nei momenti liberi, volti imbrattati dalla vita, proprio come i vostri. Improvvisamente, come un rombo di tuono e come la venuta di Cristo al mondo, insorse calpestata e crocifissa la bellezza umana”.
Il giovane che aveva sfidato apertamente il regime dopo la condanna di Sinjavskij e Daniel’ veniva arrestato per l’ennesima, fatale volta, proprio mentre Serena Vitale arrivava sulle Colline Lenin con una borsa di studio, ospite della fortezza autarchica del sapere, l’Emmegheù, il “tempio della scienza” che “poteva contenere metà della mia nativa Brindisi”. Il complesso era stato voluto dal “più grande archittetto di tutti i popoli e paesi”, che poi era anche il “Padre dei Popoli”, “Saggissimo tra i Saggi”, “Lungimirante Artefice”, “Grande Stratega”, “Garante della Pace”, “Amico dei bambini” e un’infinita serie di epiteti da far invidia alla dinastia di Kim Il Sung; tutti erano specificazioni dello stesso, baffuto dittatore.
Con le sue torri nate per mettere in soggezione gli americani e i loro grattacieli, il suo sguardo torvo e ufficiale, l’Emmegheù era l’emblema culturale del socialismo reale, il suo dominio incastonato sulle colline della capitale, dove il mostro di mattoni concepito dall’architetto coi baffi sonnecchia, si perpetua, si riproduce continuamente nella sua perfezione seriale. Con i suoi modi sgarbati, gli ascensori che pur potendo portare “1.500 persone contemporaneamente” si bloccavano sempre, i bibliotecari delatori, i certificatori di sovieticità, i fiancheggiatori prezzolati, era quello il volto dell’ospitalità sovietica per i temerari occidentali e non che si cimentavano nella lingua di Tolstoj e Dostoevskij. La prima impresa, comunque, era non perdersi: “Se scendendo dall’autobus che circumnavigava l’Emmegheù sbagliavo fermata (quattro, identiche), e di conseguenza ingresso, mi rendevo conto dell’errore solo trovando persone sconosciute in quella che credevo la mia stanza. E me ne rendevo conto solo perché la stanza (identici il letto, l’armadio, il tavolo) avrebbe dovuto essere vuota, dal momento che stavo rientrando. O forse non ero affatto uscita, ed ero io quella ragazza etiope (nigeriana, tedesca, tagika) seduta al tavolo, o distesa sul letto le cui gambe terminavano in ciotole piene di acqua o alcol destinati a respingere i reiterati attacchi di ditteri, emitteri, psocotteri”.
La seconda e più decisiva prova per essere accolti definitivamente dal caldo abbraccio della Russia era appunto la convivenza con gli scarafaggi. Non la blatta orientalis diffusa nell’Europa occidentale – cortocircuito geografico – ma il tenace tarakan rossastro, di provenienza germanica, prussiano per i russi, russo per i tedeschi; quello che ha dato il nome a un gruppo post punk della east coast americana negli anni Ottanta. Si chiamavano “Tara Kan”, storpiatura all’altezza di “Beatles”, versione cortina di ferro. “Quando vinci la paura e il ribrezzo, quando dopo averlo incontrato riesci a dormire senza gli inquieti sogni premonitori di Gregor Samsa – ce l’hai fatta, sei di casa in Russia”, scrive Vitale, che usava tre minuti di telefonata concessi verso l’Italia (era sempre una conversazione a tre, anche se un interlocutore rimaneva silenzioso) per rassicurare molto rapidamente su salute, cibo, il resto, per poi passare alla richiesta disperata di una spedizione del balsamo rigenerante, l’ambrosia proibita del vivere sovietico, la panacea dei plutocrati, simbolo della liberazione dell’Europa dalla malaria e speranza della liberazione della stanza dal tarakan: il Ddt.
“A Mosca, a Mosca!” si intitolerebbe “A Voronez, a Voronez!” se il quartetto di studentesse italiane si fosse arreso all’ordine dell’impiegata della facoltà di Filologia: il gruppo doveva essere smembrato, apparentemente Mosca era troppo piccola per quattro studentesse della Sapienza; dunque, una rimane a Mosca, una va a Leningrado e le altre due a Voronez, luogo remoto del sud, legato a vaghe campagne persiane. Un primo sorteggio aveva decretato che Serena sarebbe stata la prima ad andare al confino, ma subito il sorteggio si era interrotto per manifesta volontà contraria della sorteggiata. Il professore, il grande slavista Angelo Maria Ripellino, si era raccomandato di fare affidamento a un fidato filologo romanzo in caso di problemi, e un tentativo di deportazione accademica – per quanto non verso la Siberia – dopo essere piombati nella Mosca dell’Emmegheù e del tarakan, con una lingua ancora lontana dall’essere compresa a pieno, era in effetti un problema. Il filologo romanzo rimette tutto nelle mani di Gheorghij Breitburd, consulente per l’Italia alla commissione stranieri dell’Unione scrittori, uno degli infiniti replicanti della burocrazia che strisciano per la Mosca raccontata da Vitale. E’ lei – sorteggio, un’altra volta – la portavoce del gruppo: “Inghiottii un decilitro di saliva, riempii d’aria i polmoni, esposi – in un misto di russo, ceco, polacco, slavo ecclesiastico, anche un po’ di latino – il nostro problema. Ripetei almeno cinque volte: ‘A nome del professore Ripellino, università di Roma’, quello riuscivo a dirlo correttamente. I tratti del volto glabro fissi in nessuna espressione, lucidi e immobili occhietti neri, Breitburd aspettò che concludessi la mia supplica e, con voce neutra, sempre in russo: ‘Siete tutte allieve di Ripellino?’. Quattro “sì” pieni di speranza e sollievo proruppero da altrettante bocche: ‘Da, Da, Da, Da!’. ‘Lo conosco. Poco tempo fa ha scritto di…’ Non distinsi la parola successiva: qualcosa che iniziava con “Crus”, o “Cris”… Crusca (l’Accademia)? Crisi (dei valori)? Che avesse detto “Cristo”? Il Cristo che marcia in testa ai Dodici di Blok… Il Cristo che posa un lieve bacio sulle labbra del Grande Inquisitore… Ma no, di sicuro Majakovskij: “Forse Gesù Cristo annusa i nontiscordardimé della mia anima..”. E sfruttando quello che sembrava il vento favorevole di un criptofedele represso, inizia l’apologia di Ripellino, “uomo di rara fede e devozione” e dei suoi sforzi per celebrare la gloria dell’altissimo, anche in partibus infidelium. Ma quella parola, “crus…”oppure “cris…” non aveva nulla a che fare né con Blok né con Majakovskij, in nessun senso si riferiva al proselitismo cristiano ed evocava gradi dell’essere inferiori a una delle Persone della Trinità. La carta del professore non aveva funzionato, quella della religione era stata la pietra tombale sul tentativo di bloccare la diaspora. Ma quando il momento di Voronez era ormai arrivato, dall’istituto di filologia partiva l’ordine tassativo: le italiane rimangono unite, a Mosca. Come in una versione sovietica di “Blade Runner”, il replicante era diventato umano.
Sin dai primi soggiorni moscoviti, Vitale frequenta l’ambiente letterario: scrittori, scribacchini, pittori, professori, spie travestite da fotografi, spie travestite da spie. Una decina d’anni dopo la prima discesa nella “sua” Mosca, a Leningrado, Pietroburgo, Pietrogrado, per tutti Piter, incontra un uomo con il cognome più comune del paese, Ivanov, ma il nome grottescamente sovietico: “‘Mi chiamo Doghnat-Pereghnat’, cioè Raggiungere e Superare – l’America, i paesi capitalisti, quelli dall’economia avanzata… Il sacro precetto di Lenin era lo slogan più in voga il giorno sventurato in cui venni al mondo, nel luglio del ’36, e i miei genitori, bolscevichi della prima ora, scelsero questo impareggiabile nome per il loro primo e ultimogenito…. ‘Non ci credo neanche se lo vedo scritto…’. Lo vidi. Celibe, quarant’anni, diplomato per corrispondenza in arti applicate, pittore per diletto (‘ma non sono un genio’) e fotografo di professione, dava una mano ai ‘diversamente pensanti’ di Piter riproducendo testi e immagini del samizdat”. Raggiungere e Superare era un dissidente shlimazl, uno a cui tutto va male, con la faccia dell’uomo buono, di quelli che volevano lasciare l’Unione Sovietica. E’ la sera stessa del loro incontro che Vitale gli dice “sposiamoci, e appena ha passato la frontiera, divorziamo”, una cosa molto seria. Dal giorno seguente iniziano i preparativi: il ritorno in Italia per ottenere i documenti, mettere in valigia un abito nuziale, fotografie di una storia fasulla, costruire un passato credibile. Ma in Italia il visto ritarda e Doghnat-Pereghnat non si trova da nessuna parte, non è a Piter, gli amici di quella sera non ne sanno nulla; quando la promessa sposa arriva a Leningrado aggregata a una comitiva di turisti non trova lui, ma gli uomini del Kaghebé e le loro intimidazioni: Doghnat è in Siberia a fare un sevizio fotografico, di quelli da cui a volte non si torna indietro, altre volte si torna molto diversi da come si è partiti. Chi aveva parlato? Chi aveva tradito il progetto? Alla cena erano tutti amici fidati, se non che la delazione – in russo ha la stessa radice del verbo bussare, spiega Vitale, e in effetti la spia di ogni genere ed età bussa, spesso in modo petulante – è la parte essenziale del pensare sovietico, l’ingrediente segreto del perfetto controllo sull’universo. Il delatore non è necessariamente un agente, non è necessariamente pagato, non è necessariamente allineato, non è necessariamente un venduto; ci si può offrire senza vendersi, come per un tic indotto da decenni di doppiogiochismo eretto a regola, spifferaggio sistematico, riflesso condizionato, salivazione che arriva alla bocca copiosa quando trilla il campanellino del sospetto. “E lei si chiede ancora perché…”, è l’amara risposta che viene offerta a Vitale, studiosa raffinata della Russia e uscita da tempo dalla patina dell’inturist, il visitatore occidentale, non titolato a capire qualcosa dell’Unione Sovietica, figurarsi della Russia. Ma la meccanica cieca della delazione non aveva ancora scritto una sentenza definitiva sulla sorte di Doghnat.
“A Mosca, a Mosca!” è anche un manuale di vita russa: si scopre che la salamoia di cetriolo è il rimedio più efficace contro il pokhmel’e, i postumi della sbronza, oppure che il minatore Stakhanov non era un lavoratore indefesso ma soltanto uno a cui avevano dato due aiutanti per fare un’estrazione da record e farlo diventare il Lavoratore Sovietico; ma lui di essere il Lavoratore Sovietico si è stancato in fretta – ammesso che lo fosse mai stato – e ha preso a bere, è stato messo al confino, tirato fuori per qualche occasione, rimesso al suo posto. Nel frattempo ha perso una “h”: da Stakhanov era diventato per tutti Stakanov, da stakan, il bicchiere… Infine il regime gli ha inflitto la seconda morte, quella riservata ad artisti e simboli della patria caduti in disgrazia: la riabilitazione. Si scopre che i disinfettanti dell’Unione Sovietica non contenevano alcol, che i potenti mezzi del Kaghebé avevano falle deludenti, che l’orgoglio gastronomico dell’epoca del defitzit era un salame, che Cicikov con il suo smercio di anime era un pallido precursore della Russia postcapitalista di oggi. Si scopre la condizione di artisti come Victor Sklovskij, che è stato amico intimo di Vitale dai tempi in cui le ha concesso di trascrivere in un libro una serie di dialoghi, tenuto sotto controllo in un edificio in cui vivono “centocinquanta fra scrittori, sceneggiatori, drammaturghi, umoristi… Ci hanno messi tutti insieme per tenerci più facilmente sotto controllo. Come un tempo le prostitute nelle case di tolleranza”.
Se non fosse per l’insopprimibile inclinazione all’ironia, i fatti raccontati avrebbero punte di nonsense insopportabili. Perché rimanere? Perché sfidare la meteorologia e il buonsenso passando la cortina di ferro? Perché infliggersi liberamente una condanna? Portare in occidente un testo di Solˇzenicyn nascosto in un’arancia cubana è un buon motivo, ma non il solo. In “A Mosca, a Mosca!” si intravvede un’ombra nella coda dell’occhio, una cambiale da saldare, come se la chiamata a est fosse parte di un compito segreto per ricucire i pezzi di una storia meravigliosa andata in frantumi. Alioscia, che si sforza di ricostruire l’inizio del ponte fra le generazioni, è il personaggio della commedia che apre uno squarcio nel cielo sovietico e Vitale gli tiene dietro, per assolvere a quell’ultimo compito che gli era scivolato fra le dita. “A Mosca, a Mosca!” mette nostalgia. Dell’Unione Sovietica? del Kaghebé? del Komsomol? del Politburo? Dell’Unione Scrittori? Del defitzit? di Breˇznev? No. O meglio: non è l’apparato l’oggetto della nostalgia, ma il cuore misterioso della Russia di cui l’apparato partecipa senza rendersene nemmeno conto, fino a distorcere il destino del suo stesso popolo. Chi ama non fa caso a queste cose e “A Mosca, a Mosca!” appare, infine, come una struggente ode alle imperfezioni dell’amato. Scriveva il dissidente Kharabarov: “Mi ricordo che improvvisamente dal fiume dove stanno scuri i pagliai uscì una donna dalla nebbia con un secchio di latte tiepido. Odorose di frescura campestre, le dita della sua mano ci scossero la polvere dalla camicia, ci abbottonarono il colletto. E ci sembrò che la Russia fosse proprio questa, e non l’altra che ci ha chiesto i documenti e ci ha esaminato il passaporto”.